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Road to Cheyenne

Questo è l’estratto dell’articolo.

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Road to Cheyenne

L’idea di questo diario di bordo nasce nel settembre nel 2013 viaggiando sulla Interstate 80 East da Rock Springs verso Cheyenne, Wyoming, di ritorno dalle Wind River Range verso Lubbock, Texas, dove ho vissuto e lavorato per sette anni. Lubbock, il Texas vero, ragazzi che arrivano in classe col cappello da cowboy e finita la lezione tornano nei ranch di Llano Estacado per la semina e la raccolta. Lubbock, la piana, il vento, il cotone, gli anni più belli.
Sono pagine che ho deciso di scrivere per raccontare e raccontarmi sette anni meravigliosi passati sulle strade del West con il mio compagno di allora Heath, con amici di diverse nazionalità e colori a bordo della nostra super Toyota Corolla color oro che non ci ha (quasi) mai lasciati a piedi, neppure dopo 300 mila miglia e diversi cambi gomma e batteria.  I racconti continuano oggi a bordo della mia Nissan Altima nera con cui parto da Austin, la capitale. Ad Austin non mi pare neppure di essere in Texas, ma dopotutto bastano una ventina di miglia per ripiombare nelle strade più deserte.

Buon viaggio a tutti e iniziate dal primo articolo, scrollando verso il basso a tutta dritta!

Boquillas del Carme

Il Canyon più affascinante di Big Bend National Park rimane sempre Sant’Elena, anche se il Rio Grande è inquietantemente basso considerato che siamo a marzo. Sul solito masso sospeso tra Messico e Stati Uniti ci sono un gruppo di fotografi che si litigano il punto migliore, aspetto impaziente il mio turno. So che dopo Sant’Elena ci sono ancora 30 miglia per tornare sulla Park Route 12, 9 fino a Panther Junction e 20 fino a Boquillas Crossing. È la mia terza volta nel deserto del Chihuahua ma oggi finalmente attraverso, si va in Messico. I 30 miglia verso la strada principale sono magici, si alternano paesaggi desertici di roccia grigia e steppe gialle a canyon alti e rossi stampati sul cielo blu. Non è l’Arizona ma è breathtaking allo stesso modo. Mi chiedono cosa veda di fatato nel nulla più assoluto. Io ci vedo tutto. Ho letto un libro meraviglioso che si chiama The Hunting of the Mexican Border. A woman’s journey di Kathryn Ferguson, una documentarista e scrittrice di Tucson, Arizona, a due passi dal Messico. Scrive: “Un giorno la maestra ci ha detto di strappare della carta che avesse a più o meno la forma di una montagna. Ho scelto il blu, il verde, l’arancione, il viola e il rosso. Ho incollato tutto su un foglio di carta, i colori si mischiavano. Copper Canyon sembra proprio così”. Io sono a due passi dal Messico e non nel profondo della Sierra Madre ma i colori si mischiano allo stesso modo. Boquillas Canyon è all’estremo est di Big Bend ed è uno dei punti più desertici e meno frequentati del parco. Ma anche quello più vicino e accessibile al Messico. Questa volta mi fermo un miglio prima, al crossing. Due agenti del Border Patrol mi chiedono se ho il passaporto, faccio segno di sì, mi dicono “Vada” – bene, un minuto di cammino e ci sono, sono sulla sponda del Rio Grande, mi aspetta un messicano. Gli chiedo quanto vuole. $5 a/r. Vale. 50 secondi e sono in Messico. A quattro metri dal greto del fiume ci sono circa una ventina di messicani che mi chiedono se voglio un asino o un cavallo per arrivare a Boquillas, a un miglio e mezzo. Prendo l’asino, $5 a/r. Vicente mi ci mette sopra e iniziamo a camminare su un largo sentiero di sabbia tra gli alberi. Gli chiedo se passano mai dall’altra parte. Mi dice Qué no, es ilégal … Sono partita col piede sbagliato. Ok, cambiamo argomento. Gli chiedo che cosa succede se arriva un serpente a sonagli sul sentiero, mi dice che l’asino si ferma ma non corre. Si chiama Raul il mio asinello e va come un treno ma non corre. Arriviamo a Boquillas e Vicente mi porta al controllo passaporti e poi mi indica un ristorante dove mangiamo tamales ed enchiladas per $7. Fa un caldo infernale. Boquillas: un agglomerato di case cadenti su strade polverose e sterrate. Due file parallele di bancarelle dove i bambini, le mamme e le nonne vendono centrini, braccialetti e magliette colorate con scritto No Wall. Foto poco amichevoli di Trump. Una locanda pitturata di verde che vende tequila. Una chiesa con 4 panchine dove il pastore arriva una volta al mese. Un’ambulanza che per le emergenze corre verso la città più vicina, a quattro ore. Due scuole diroccate, elementari e medie. Dopo un’ora riprendo l’asino e Vicente è più loquace. Certo che attraversano, tutti i giorni. Toccano la sponda texana per andare in un punto preciso in cui pescare. Il pesce si vende bene. I ranger del parco lo sanno perfettamente e fanno la voce grossa solo per spring break, quando Big Bend si “riempie”. Per il resto è uno stato d’eccezione come direbbe Agamben. Un posto in cui l’ordine giuridico è sospeso, in cui ognuno fa ciò che vuole, come vuole quando vuole. Strano, ma neanche tanto. Il governo Obama in Arizona si è rivelato il più intransigente. Lì i Border Patrol arrestano i crossers che arrivano morenti dai sentieri nel deserto di Sonora. Porta a giudizio coloro che percorrono in macchina i sentieri con acqua e medicine nel disperato tentativo di salvare delle vite. Qualche volta riescono nel loro intento. Il più delle volte trovano teschi e vestiti. A Tucson il Border Patrol trova il modo di rimandare a casa anche i messicani con regolare permesso. È una frontiera di fuorilegge, non importa da che lato la si guardi.
Faccio due conti. Tra asino, barca, ristorante, souvenir e mancia a Vicente, perché le guide guadagnano solo con le mance, ho speso $40 cash in un paesino dove si vive in pesos. In un’ora ho visto circa una trentina di bianchi americani tutti allegri tra asini e tequila, probabilmente gli stessi che votano Trump. 30 x $40 = $1200. Chi li prende questi soldi? Domanda lecita perché Boquillas è terzo mondo e i bambini crescono correndo verso le tasche dei bianchi americani.
Vicente mi chiede se ho Facebook, ho Instagram ma lui non ce l’ha. Non importa, ci rivedremo perché torno. E questa volta si gira. Per il momento, continuo a scrivere la mia storyboard.

Per Kathryn, la cui vita e storia hanno ispirato il breve documentario che sto preparando. Avrei desiderato conoscerti.
Per te, che ho perso amaramente tra le strade della vita ma non è cambiato niente.

Il silenzio degli Apache – AZ

Nei numerosi viaggi verso West, mi sono spesso imbattuta negli indiani d’America. I Mescaleros, i Kewa e i Redwillow in New Mexico, i Navajo nella Monument Valley e a Page in Arizona, per citarne alcuni. Nessuno di loro, a parte Zac, la mia guida nel Lower Antelope, è stato particolarmente cordiale o loquace, nonostante i bianchi lascino fior di dollari a furia di escursioni nelle varie riserve e oggetti/amuleti/gioielli/calzature tanto belle quanto care. Mi son sempre domandata il perché, ho concluso che il loro silenzio quasi ostile fosse insito nella storia, nel bianco come nemico. Forse in parte è così ma poi il mio prof. di antropologia Tony assegna un articolo meraviglioso di Keith Basso intitolato”To Give Up On Words”: Silence in Western Apache Culture. Adoro Tony, arriva sempre in classe con una camicia azzurra, bermuda cammello, infradito e fogli e libri in una di quelle borsine di tela che ti regalano alle conferenze. Racconta l’antropologia come un nonno racconta una favola, adora Twitter (@ethnopoetics) e posta sempre foto, aneddoti e pensieri che strappano sorrisi.
Torniamo a Keith Basso. Era un famoso antropologo che ha insegnato a lungo nell’Università del New Mexico ad Abuquerque e si è occupato in particolare degli Apache in Arizona. In particolare, ha trascorso molti anni a Cibecue, un insediamento di 10.000 anime tra la I-40 West/Route 66 che passa per Flagstaff e la I-10 che parallelamente arriva in CA passando per Phoenix. Non ci sono mai passata semplicemente perché non è di strada, ma ad oggi è sul mio taccuino, anche perché ho scoperto che ci sono delle cascate che saltano dall’arenaria, un po’ come a Zion Park, ma più belle. Basso racconta che sebbene nell’immaginario popolare il silenzio diffidente sia uno dei tratti caratteristici dell’indiano nativo, fino agli anni ’70 antropologi e linguisti se ne sono curati poco. L’interesse principale erano le lingue atabasche e i loro suoni, tra l’altro a lungo percepite come inferiori e primitive rispetto all’inglese. Lui è stato uno dei primi ad aver studiato il silenzio, descrivendo alcuni momenti sociali in cui viene utilizzato. Ne riporto tre:
1. Incontro con uno straniero: Una volta 4 uomini si trovarono ad accudire del bestiame a 40 miglia da Cibecue. Due di loro provenivano da diversi accampamenti ed erano completi estranei.  Trascorsi tre giorni di lavoro e tre notti campeggiando davanti al fuoco senza scambiare una parola, uno dei due disse: “So che qui c’è uno straniero che non conosco, l’ho osservato a lungo e so che è un uomo per bene”. Gli Apache sono sospettosi nei confronti dello straniero che ha urgenza di parlare e raccontarsi a chi non conosce, perché pensano che voglia qualcosa – soldi, lavoro, un passaggio. Oppure è il solito bianco desideroso di insegnare o cristianizzare. Oppure un ubriaco che l’alcol trasforma in persona loquace, spesso aggressiva, e quindi pericolosa.
2. Fare la corte:  Zéédè, gli innamorati, passano molto tempo corteggiandosi in silenzio e semplicemente dandosi la mano, in pubblico e in privato. Il silenzio è un segno di modestia e attesa. Una mamma Apache spiega alla figlia: “Stai attenta quando esci con i ragazzi dell’accampamento. Quando si rivolgono a te, prima ascolta. Se non sai cosa dire, non dire niente. Se rispondi subito, potrebbero pensare che sai tutto sui ragazzi e che ne hai conosciuti intimamente molti. E lo racconteranno”.
3. I bambini tornano a casa: tra la fine di maggio e gli inizi di giugno rientrano a Cibecue tanti bambini che hanno passato l’anno scolastico in collegio. I bambini sono desiderosi di raccontare  del mondo, delle avventure nuove che hanno vissuto. I genitori ascoltano, osservano, attendono e generalmente non partecipano attivamente alla conversazione per due o tre giorni. Scrutano i bambini e ne ascoltano le storie per capire se il contatto con l’uomo bianco li abbia cambiati, se si vergognino di essere indiani nativi, se abbiano acquisito abitudini diverse.
Basso conclude l’articolo sottolineando che abitudini simili sono state documentate negli accampamenti Navajo dell’Arizona e del Nuovo Messico. Analogie nella lingua e nel modo di vivere rendono simile l’uso del silenzio negli Apache e nei Navajo.
Adoro il silenzio di fronte alle distese, di terra o acqua. Ma al silenzio tra persone come elemento interlocutorio avevo pensato poco. Gli indiani lo usano in situazioni ambigue…quando non si conosce ancora una persona o quando si teme che una persona conosciuta possa essere cambiata. S’impara anche ad ascoltare il silenzio.

Il suono delle parole – Navajo

I Navajo pensano che ogni uomo sia suono e vibrazione, che ogni parola dia un senso di ordine o disordine, che ognuno sia saad, cioè un suono che comunica. È la bocca e non la mente che comunica. Se dalla bocca escono parole spiacevoli, chi le ha prodotte ha un animo malvagio. I Navajo pensano che le parole creino il mondo. Trovano curioso che in inglese ciao si dica Hello, e che un saluto possa contenere la parola inferno. Per mandare qualcuno al diavolo non usano parole, bensì suoni…il suono del coyote o dell’orso, senza mai pronunciare ma’ii o shash. Credono che non si debbano mai pronunciare parole che richiamino animali, cose o persone che abbiano connotazioni negative. Più se ne parla e più diventano pericolosi. Non ricordano mai i defunti per nome, perché nel pronunciarlo potrebbero richiamarne gli spiriti. Nella credenza Navajo non esistono fantasmi buoni. A Tony, il mio fantastico professore di antropologia che ha vissuto a lungo in una riserva Navajo, hanno chiesto di cancellare tutte le interviste registrate una volta che fossero passati a miglior vita. Perché risentendo le proprie voci, il loro spirito avrebbe potuto tornare a tormentarlo.
I Navajo chiamano il tuono, il lampo e il temporale il suono della luce. Per loro, la vita è suono e luce e la morte anche. Gli spiriti rimangono nella pioggia, nel sole, nelle stelle, nel vento. C’è sempre vento nella nazione Navajo. Nilch’i…dio, respiro e anima.

Page, AZ

Page, AZ, è una delle pagine più belle del mio diario di bordo. Si trova nel nord dell’Arizona e ci sono capitata per caso nel gennaio del 2016, nel viaggio di ritorno da Las Vegas verso Lubbock. Nel road trip d’andata avevo battuto la Route 66, come sempre viaggiando verso Ovest. Da Santa Rosa, NM, è tutta dritta fino alle torrette dei lifeguards di Santa Monica, CA. Certo, guidare sulla Route 66 è un mito costruito da documentari e programmi d’avventura. Rimane pur sempre una delle prime highway federali, inaugurata negli anni ’20 per collegare Chicago a Los Angeles. A livello pratico, è la strada statale più veloce che taglia Nuovo Messico e Arizona e passa per Flagstaff, tappa obbligata per chi decide di accedere al Grand Canyon dalla South Rim. In realtà, son pur sempre più di 900 miglia di (meraviglioso) nulla. Nel gennaio 2016 decido così di rientrare verso il Texas procedendo sulla I-15 verso St. George, nel sud dello Utah, famosa per il maestoso Zion Park, fatto di montagne rosse. Ci capito per la prima volta nel novembre del 2011, nel giorno del ringraziamento, su invito di Dustin, caro amico e fotografo che vive nei boschi di Santa Fe con la compagna cubana a cui gli USA rifiutano il permesso di soggiorno. Fanno tutto da soli, persino il dentifricio perché a Cuba funziona così. A lei degli Stati Uniti piacciono le fragole, non le aveva mai mangiate prima. Nel 2011 Dustin è ancora mormone e mi spiega che Zion per loro significa semplicemente Dio. Che poi si tratta di Sion, citato nel vecchio testamento da Samuele. È un monte vicino a Gerusalemme e sinonimo utopistico di un posto di pace e serenità. E Zion Park è tutto questo. È un novembre particolarmente freddo, ci sono pochi uomini che a cavallo battono la parte nord del parco, qualche cerbiatto ci scruta da lontano mentre seguiamo il sentiero lungo il ruscello e ci scostiamo da cascate che cadono nella neve.
Da St. George prendo la I-59 e poi la I-89 verso Est, direzione Page. Sono back roads poco battute che zigzagheggiano tra Utah e Arizona addentrandosi in canyon di rocce rosse nel cuore delle terre Navajo. Dopo due ore e trenta di macchina scorgo finalmente in lontananza dell’acqua. È Lake Powell, ancora poche miglia e sono a destinazione. Finalmente dopo quasi 200 miglia, passo lentamente sulla diga che domina Glen Canyon sul Rio Colorado e procedo verso la “città”. Curiosa Page, un agglomerato di case che sorge nell’Arizona più remota e che incredibilmente racchiude nel giro di poche miglia luoghi incantevoli: Lake Powell, Antelope Canyon (Lower e Upper), Glen Canyon Dam e Horseshoe Bend. Un’autentica fortuna, se si pensa agli spazi infiniti e indefiniti nel Nord America. Lungo North Lake Powell Boulevard ci sono una ventina di hotel e motel, qualche ristorante, un supermercato, una scuola, due chiese. Ci sono dei truck su cui campeggia la scritta Antelope Canyon Tours, Inc. che pubblicizza le imprese locali che portano i turisti nel cuore del Canyon. La prima volta mi faccio trovare trovare impreparata e così prenoto un tour nell’ufficio turistico non distante dal mio hotel. In una mattina fredda di gennaio finisco su un truck avvolta in una coperta e un quarto d’ora più tardi una guida Navajo si ferma davanti a una parete di roccia rossa in cui si apre un passaggio ristretto scavato negli anni dall’impeto delle piogge torrenziali invernali. I raggi di sole che riescono a farsi largo nel cuore del canyon riflettono colori caldi e creano un mondo aranciato che sfocia nel blu del cielo dell’Arizona. Ogni tratto di parete ha una storia, la guida Navajo ci racconta della pioggia che ha disegnato ora un’ antilope, ora un orso. E guardando la roccia sembra davvero sia così. Torno nel marzo del 2016 e mi riprometto di visitare il Lower Antelope, raggiungibile in macchina in 10 minuti. Questo tour a differenza dell’altro non è prenotabile e quindi aspettiamo un po’. Ci viene a prendere Zac, un giovane Navajo con cui ci avviamo a piedi lungo una strada sterrata. Mi piace Zac, a differenza di altri Navajo è sorridente e gentile. Raramente ho incontrato un indiano d’America disposto a interloquire e raccontare. Sono diffidenti,  scontrosi, grevi. I visi contratti raccontano il peso della loro storia, è insito in loro, a volte fatico a capire vedendo i loro territori, perché sono territori loro. Page, la Monument Valley, metà Arizona, è governo Navajo, non statunitense. Sono territori da cui ricavano migliaia di dollari al giorno tra casinó, gioielli intarsiati con pietre preziose di una bellezza inenarrabile, stivali in cuoio e pelle e visite guidate. Eppure non basta, il dollaro americano non ha ridato un mezzo sorriso. Parlo con Zac dell’Onda, The Wave, è lì nei dintorni ma è necessario iscriversi a una lotteria online a pagamento per provare ad accedervi. In questa conformazione rocciosa l’arenaria è troppo delicata e solo 20 persone al giorno posso esplorarla. Zac mi spiega che, se si è fortunati, ci si può presentare la mattina presto e tentare la fortuna. Arriverò anche lì. Il mio sogno. The Wave.
Dopo pochi minuti ci fermiamo pronti a scendere 30 metri sotto terra. Scendiamo alcune rampe di scale piuttosto ripide e finalmente ci siamo, finalmente nel Lower, uno spettacolo. Qui le erosioni hanno intagliato le pareti di arenaria plasmando ampi corridoi sovrastati da archi che si alternano a passaggi più stretti.
ANTELOPE GROUP.pngCi racconta Zac che per visitare il Lower è necessario verificare le condizioni meteorologiche ogni ora. Una qualsiasi pioggia a qualche miglio di distanza potrebbe causare un flash flood all’interno del Canyon mettendo in serio pericolo chi ci è dentro…come purtroppo già successo nel ’97 a un gruppo di sfortunati turisti. È il posto perfetto, un mondo colorato in chiaroscuro, un gioco di riflessi, un piccolo Zion.

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Zac racconta che i serpenti a sonagli vi si rifugiano per rifuggire dalla calura primaverile ed estiva ma fortunatamente, pur essendo marzo inoltrato, non ne incontriamo. Quanta bellezza in mezzo miglio, la perfezione della natura che sorprende. Dopo circa mezz’ora risaliamo verso terra.
USCITA ANTELOPE.png
Lasciamo la mancia a Zac, vorrei chiedergli di rivederci, ho così tante domande sul territorio e le tradizioni Navajo. Decido di lasciar perdere, almeno per questa volta. Siamo come sempre alla volta di Vegas e le tappe a Page sono sempre troppo brevi. Abbiamo ancora qualche ora e percorriamo poche miglia fino all’indicazione per l’Horseshoe Bend. Parcheggiamo e scaliamo una piccola collina per poi seguire un sentiero di circa un miglio che improvvisamente si interrompe prima di un precipizio. Ci siamo:
Horseshoe bendOsserviamo attoniti il Rio Colorado prendere la forma di un ferro di cavallo e attorcigliarsi intorno ad una roccia maestosa nel mezzo del Glen Canyon. Dall’alto scorgiamo delle barche che vi girano attorno, la vista dal basso dev’essere stupenda, servirebbe un’altra gita a Page. Dicono che il momento migliore per sedersi sull’orlo dell’Horseshoe sia l’alba, osservando il sole che levandosi da Est gradualmente tradisce il cielo stellato e ridona a questo punto sperduto del nord Arizona toni rossi e arancioni. Starei qui per ore. E invece gli ultimi minuti li dedichiamo al dam su Glen Canyon, anch’essa spettacolare. È una diga costruita alla fine degli anni ’50 che sfrutta l’energia idroelettrica di Lake Powell e del Rio Colorado per illuminare il Sud Ovest degli Usa e il Nord Ovest del Messico. Las Vegas di notte illuminata a giorno non esisterebbe senza Page, Arizona. Buffo. Curioso anche scoprire che Page si popoli proprio in questi anni, in seguito alla costruzione della diga, che porta ingegneri e operai da Utah, California, Arizona, Nuovo Messico e Colorado con famiglia e prole, dando il via alla costruzione di case, scuole e, rigorosamente, chiese. Rimango sempre profondamente affascinata dalla disponibilità con cui il popolo americano diventa nomade in terra propria per creare, costruire, popolare.
Buonanotte Shash. Scegli un posto sotto le stelle intorno a Page e dimentichiamoci del mondo.

 

 

 

Big Bend National Park

Durante gli anni vissuti a Lubbock, Texas, ho pensato spesso di visitare il Messico ma i consoli americani che si occupano di noi immigrati ce lo hanno sempre sconsigliato. Non importa se l’idea fosse quella di guidare fino a El Paso e varcare la frontiera in direzione Juàrez per poi scendere verso Mexico D.F. o volare a Cancún. Il problema era la frontiera. Penso di aver capito cosa fosse la frontiera tra Stati Uniti e Messico durante un viaggio da Lubbock a San Diego con altri due italiani. Invece di prendere la solita I-84 West fino a Santa Rosa e la Route 66 fino a L.A., decidiamo da buoni turisti fai-da-te di seguire il GPS, scendere verso El Paso e attraversare New Mexico, Arizona e California seguendo la I-10 West. Dopo quell’odissea, ho sempre viaggiato Texas style, ovvero mappa alla mano. La I-10 West costeggia il Messico fino in Arizona tenendoselo a qualche decina di miglia di distanza. Da Tucson, AZ, la I-8 porta direttamente a San Diego. Nei pressi di Yuma, AZ, la frontiera si fa improvvisamente più sottile, l’interstate sfiora il Messico, iniziano i posti di blocco, gli interrogatori, le richieste di passaporto e visto lavorativo. Inizia il filo spinato. Se un muro verrà davvero eretto da Trump, lo immagino qui, tra Yuma e San Diego. Ma c’è un tratto di frontiera meraviglioso che i più ignorano, i messicani attraversano, i ranger sorvegliano e i fortunati trovano: Big Bend National Park, nel Sud-Ovest del Texas. Di Big Bend mi parla per anni la mia carissima amica portoghese Rita, che studia ecologia del fuoco. Prende il fuoristrada di Texas Tech quasi una volta al mese per andare in questo parco a raccogliere foglie. Ne studia l’infiammabilità, con l’idea, un giorno, di piantare foreste mescolando varietà di alberi che, in caso di incendio, brucino lentamente. Mi dice che è bellissimo, però, nei miei primi anni texani, il mio desiderio vola verso i posti più conosciuti, che poi, col tempo, scoprirò essere okay rispetto quello che l’America nasconde. Arrivo a Big Bend per la prima volta nello spring break del 2015 ed è amore a prima vista. Decido di non fare benzina a Marathon, l’ultima città prima di procedere a sud verso il parco. Pessima idea, ma con quaranta miglia di riserva riusciamo comunque ad arrivare al visitor center. Siamo ufficialmente nel cuore del deserto di Chihuahua, in una vastità di canyon, montagne e cascate. Sono con un’amica italiana. Abbiamo poche ore prima di rimetterci in viaggio verso San Antonio e quindi chiediamo al ranger indicazioni per il canyon più vicino. Ci rimettiamo in macchina per raggiungere Bosquillas Canyon. Parcheggiamo, camminiamo per una decina di minuti in salita e poi scendiamo verso un fiume abbastanza largo. Vediamo dall’altra parte tre uomini a cavallo. Chiediamo quanto costa un giro a cavallo, iniziano a trattare dicendo che avrebbero guadato il fiume per venire a prenderci a poi il giro a cavallo lo avremmo fatto una volta ri-guadato il fiume. Nel frattempo i pochi avventurieri dietro di noi ci guardano e non capiscono cosa stiamo facendo e noi non capiamo perché ci stanno osservando con insistenza. Riguardiamo la cartina. Gran cazzata, il fiume su cui stiamo urlando è il Rio Bravo e stiamo parlando con 3 uomini in Messico. Non smettiamo di ridere per mezz’ora, e decidiamo di fare una passeggiata lungo il canyon assicurandoci di rimanere in Texas. Mentre passeggiamo troviamo alcuni oggetti stesi su un telo con accanto un listino prezzi. Dall’altra parte del fiume, un messicano ci urla di prendere quello che vogliamo, pagando la tariffa indicata. Prendo un bastone intarsiato, non ho con me degli spicci e la mia amica lascia 2 euro. Dall’altra parte del fiume il messicano nascosto tra le rocce intona una canzone di ringraziamento mentre scorgiamo vicino a lui un asino e poco più in là una barchetta azzurra. Con quella guada il fiume tutte le sere per venire a recuperare i guadagni della giornata. Lo rincontro, questa volta da vicino, durante la mia seconda visita a Big Bend, è lì che canta sulla sponda texana, pronto a riprendere la sua barchetta azzurra e tornarsene in Messico nel caso arrivi un ranger. Il ranger lo incontro mentre torno verso il parcheggio, chiede se ho visto qualche messicano sulla sponda americana, faccio cenno di no e proseguo. Gli avventurieri che arrivano in questo punto del parco possono essere scortati dai ranger americani sull’altra sponda, per visitare la prima città nel deserto del Chihuahua, ovvero Bosquillas. Certo, non è il Messico turistico ma forse quello più vero, come il Texas a mio parere rispecchia l’America con la A maiuscola insieme ad Arizona, Nuovo Messico, Louisiana e Alabama. Almeno per quel che riguarda gli stati del sud. Durante la mia seconda visita a Big Bend, riesco finalmente ad arrivare al Sant’Elena Canyon, che qualcosa di spettacolare. Una passeggiata lungo il fiume tra due pareti di roccia rossa, tra Nord America e Centro America. Per arrivarci bisogna attraversare una piccola parte del Rio Bravo solitamente in secca, arrampicarsi verso il sentiero che diventa a mano a mano ben battuto. E quindi mani e piedi tra erba e arbusti, con il pensiero fisso dei serpenti a sonagli. Lo svantaggio è che se ti mordono, hai un’ora di tempo per farti iniettare il siero antiveleno. Il vantaggio è che suonano, e suonano forte. Ho avuto due incontri ravvicinati a Palo Duro Canyon, e per me sono motivo di terrore. Per il texano medio invece no, in fondo spesso se lo trova davanti all’uscio di casa in una qualsiasi giornata di sole caldo. A Sweetwater, TX, nel mese di marzo addirittura celebrano i rattlesnakes con un festival. I cowboy escono presto la mattina per catturarne il più possibile e poi li riportano sotto un tendone gigante dove vengono scuoiati, arrostiti, strapazzati dal cowboy di turno tra gli applausi dei turisti. E loro suonano, suonano, suonano.
Tornando a Sant’Elena…il sentiero che si addentra nel canyon finisce sulla roccia su cui ho scattato la foto che apre questo articolo. Qui la frontiera è racchiusa nel giro di qualche metro: Texas a destra, Messico a sinistra, Rio Bravo nel mezzo. Qui le parole lasciano il posto a un estremo senso di pace e serenità nel mezzo di una frontiera che appartiene solo a chi riesce a raggiungerla.